Ramiro Meng
 

Ramiro Meng e la pittura   pag 1-2


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Periodo idillico   In questo momento egli riscopre Venezia, ritratta già negli anni della formazione come architetto all’Accademia (1919-1922), ma che ora guarda con occhio più maturo inaugurando un nuovo periodo stilistico e scoprendo il volto sereno della propria arte. Gli effetti luministici e di colore unici al mondo della città lagunare gli svelano un diverso paesaggio interiore e la felicità dell’idillio, facendogli acquisire una leggerezza di tocco nuova, un segno rapido e immediato, un’ariosità accompagnata a una gamma cromatica più alta di tono fondata sui rosa, sui celesti, sui dorati.

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Bianchi e neri   Nel 1943 Meng espone per la prima volta, con molto successo, i suoi disegni, tutti bianchi e neri per lo più a china, caratterizzati dalla dinamicità della linea, che sinteticamente definisce con tratto deciso, spesso e pastoso i contorni di paesaggi, nudi e scene cittadine. Disegnatore accanito, veloce e sicuro, egli era solito portare con sé un blocco su cui annotare assieme calcoli architettonici e schizzi a matita di persone che incrociava lungo la strada o vedeva sedute al bar. Fermava così, per non farla fuggire, l’ispirazione del momento, talvolta anche su supporti di fortuna come i tovaglioli di carta di un buffet. L’essenzialità del tratto tipica dei suoi disegni finiti a china è debitrice delle culture figurative giapponese e cinese, da cui egli trasse anche i mezzi per ricreare il senso della profondità senza l’utilizzo della modulazione chiaroscurale.

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Sperimentazioni metafisiche   Agli anni della seconda guerra mondiale risalgono anche alcuni esperimenti pittorici, quasi puri divertissements, nel campo della Metafisica, in cui il senso di straniamento è dato spesso dal ridursi del paesaggio a rocce aguzze, dai colori innaturali e dall’aspetto enigmatico dei soggetti.

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Ultimo periodo  Lo stile delle ultime opere rimane fedele ai caratteri della sua maturità artistica ed è riconoscibile dall’impiego di toni bruni e caldi e dalla resa a campiture ampie, in parte dovuta ai suoi problemi di vista, che non gli impedirono tuttavia nel 1966 di affrontare, armato come sempre di cavalletto, colori e pennelli, l’ultimo viaggio in Svizzera.

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Le incisioni   Realizzate negli anni, sono per lo più linoleumgrafie e xilografie, tecniche che egli apprese da autodidatta. Tra le opere più note è il gruppo di stampe che Meng cominciò a eseguire nella secondametà degli anni Trenta traendo ispirazione dai lavori di sventramento che stavano ridisegnando il volto di Cittavecchia e in particolare dagli scavi che riportavano alla luce le vestigia del Teatro Romano, soggetto cui dedica nel 1941 una preziosa raccolta di quindici stampe. Meng compì inoltre tra 1948 e 1949 due serie di stampe con la Via Crucis, una delle quali a decoro della cappella della turbonave “Conte Biancamano”.È possibile che la passione del pittore per l’incisione sia nata, oltre che dal suo personale interesse per la stampa d’arte tedesca del XV secolo, anche dalla frequentazione, già a partire dai primi anni Trenta, di Augusto Cernigoj (Trieste 1898-Sesana, Slovenia 1985), pittore e illustratore che sin dall’inizio degli anni Venti si cimentò proprio con la linoleumgrafia.

I  testi sono tratti da: "Ramiro Meng 1895-1966 L'incantesimo della visione"
Libreria Internazionale Italo Svevo Trieste


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