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Ramiro Meng e la pittura pag 1-2
Nel 1943, a quasi cinquant’anni, Ramiro Meng individuava per l’evolversi della propria
arte tre distinte fasi: “raffrontando i caratteri della mia evoluzione pittorica alla musica posso distinguere tre
periodi: quello eroico, quello moderno che si accosta a Strauss ed a Debussy e quello idillico, l’attuale”.
In questa periodizzazione egli non considerava tuttavia l’epoca delle sue prime prove, percepita forse come fase
di sperimentale ricerca del proprio linguaggio espressivo. |
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Primo periodo I primi acquerelli noti di Ramiro Meng,
datati alla seconda metà degli anni Venti, sono per lo più piccoli paesaggi e si caratterizzano per
una costruzione a macchie cromatiche e vaporose, ancora debitrice di un’impostazione di stampo tradizionale
ottocentesco. Alla fine degli anni Venti l’artista inizia ad esporli nell’ambito delle mostre promosse
in città dal Sindacato Fascista Belle Arti. |
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Periodo eroico La vera svolta nel suo
linguaggio pittorico avviene con i lavori dei primi anni Trenta, acquerelli in cui interpreta i soggetti (il Carso soprattutto,
ma anche i ritratti) con un fare definito dalla critica del tempo robusto e quasi monocromo, poco più che bianco
e nero, in cui il bianco della carta, lasciato a risparmio, illumina la composizione e ne aumenta i contrasti e la profondità.
Nei ritratti i contorni ben definiti, le rapide pennellate che lasciano trasparire il bianco del supporto, le tonalità
spente tratteggiano figure immobili e malinconiche che sembrano la personificazione degli scarni paesaggi alle loro spalle.
Fondamentale per questa evoluzione è la scelta di una carta a grana molto grossa la cui superficie ruvida riduce
notevolmente l’impressione di liquidità ed evanescenza propria dell’acquerello per una resa più
materica e drammatica, accentuata dall’uso di colori spenti, per lo più sui toni del bruno e del grigio
(il cosiddetto “monocromo”). |
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Periodo moderno Alla fine degli anni Trenta Meng manifesta un
rinnovato interesse per la realtà fenomenica, introducendo anche tematiche come le nature morte, i nudi e gli studi
di figura. La tavolozza arricchita di nuovi e più esuberanti colori e la luce studiata nelle sue diverse modulazioni
gli permettono di restituire con più evidenza le variazioni stagionali del paesaggio, ora meno interiorizzato di prima.
In queste opere, dove si è ammorbidita l’asprezza dei primi lavori, rimane tuttavia lo stesso
distacco dall’acquerello comune, tipico di Meng pittore. Tra i soggetti più interessanti di questo
periodo sono le nature morte, affrontate da Meng con soluzioni originali: la loro ambientazione nel paesaggio, oltre a
mantenerle “vive”, conduce alla contaminazione e alla fusione di due generi canonici della pittura al punto da far
parlare di “natura morta en plein air”, definizione usata anche dallo stesso Meng.
Nel 1942 Ramiro Meng partecipa, su invito, alla Biennale di Venezia (aveva già preso parte a quella del 1936), esponendovi cinque acquerelli del “periodo moderno”, tra cui Fragilità.
I testi sono tratti da: "Ramiro Meng 1895-1966 L'incantesimo della visione"
Libreria Internazionale Italo Svevo Trieste
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