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Ramiro Meng e l’architettura
L’architettura di Ramiro Meng, che qui si ricorda per sommi capi, ha lasciato nella
Trieste del Novecento significative tracce, da leggere e riscoprire. Il suo lavoro si fonda su una solida base tecnica,
acquisita fin dalla gioventù. Conseguita la licenza di “costruttore edile” (Baumeister) a Trieste,
nei primi anni Venti si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia – al Corso Speciale di
Architettura – caratterizzata ancora da un gusto eclettico manieristico di tendenza. |
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Rientrato a Trieste, imposta quasi subito i suoi progetti e lavori all’insegna di una maggiore semplicità che privilegia le forme classiche essenziali e strutturali: sia nelle abitazioni unifamiliari periferiche, sia nei palazzi di più vaste dimensioni (come l’edificio in
via Locchi angolo piazza Carlo Alberto, 1928), dove l’elemento decorativo, se viene mantenuto, è impreziosito da un tocco artistico di spessore (bassorilievi di Marcello Mascherini).
La proficua collaborazione con la Soprintendenza ai Monumenti e Gallerie di Trieste e della Venezia Giulia, che durerà tutta la vita, sviluppa in lui una coscienza storica, che gli farà valorizzare i segni del passato come riferimenti imprescindibili (anche più avanti, nel momento della stesura dei Piani Regolatori). Avverte inoltre come dovere del progettista il rapportarsi sempre alla natura e come suo compito il tener conto dei bisogni dell’uomo, senza limitare il progetto alla mera funzionalità dell’elemento architettonico, ma sollecitando l’aspirazione alla bellezza sopita in ciascun individuo. |
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Negli anni Trenta partecipa ai grandi concorsi, anche nazionali,
per lo sviluppo delle città. Le sue idee per un assetto urbanistico di Trieste, autonome e formalmente innovative,
in concorrenza con quelle ufficiali, prevedono per le parti nuove un’interazione con le preesistenze che realizzi
un assetto organico e coerente all’interno del
tessuto civico.
La sua attività si svolge in questo periodo principalmente nella progettazione e nella direzione lavori di grandi
edifici abitativi per conto di grosse imprese (fra gli altri, i palazzi in viale d’Annunzio angolo
via Settefontane, del 1934; o quello in viale XX Settembre angolo piazza Volontari Giuliani angolo
via Giulia, del 1935). A contenere lo spinto razionalismo progettuale dell’epoca e a evitare un appiattimento
omologante della vita all’interno degli edifici, Meng lavora con le diverse colorazioni e tipologie di materiali
che movimentano le facciate e individualizzano le singole unità abitative, mentre gli elementi decorativi
artistici o giocosi dei parapetti dei balconi rendono più leggeri i volumi di geometrica sobrietà. |
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L’idealismo esuberante dei suoi anni migliori viene ridimensionato drasticamente negli anni Quaranta, quando ai tragici eventi bellici si associa la perdita dell’amata moglie per un male incurabile. Salvato dal successo della sua pittura, quando può riprendere l’attività edilizia, a fine conflitto, le richieste della committenza sono mutate.
Da un lato, l’esigenza di ricostruzione: ecco l’incarico di riedificare la chiesa francescana della
Beata Vergine delle Grazie di via Rossetti, che vede tradotta l’umiltà predicata dall’ordine francescano in un’essenzialità di sagome e materiali in equilibrato rapporto fra modernità e tradizione.
Dall’altro lato, la conquista di nuovi spazi extraurbani da parte dell’edilizia popolare e la pianificazione di interi quartieri residenziali, per realizzare i quali i progettisti si associano in gruppi. Nel loro assetto i nuovi agglomerati sono concepiti nel rispetto di proporzioni vivibili che favoriscano il fattore umano, come nel progetto per il nucleo abitativo del Quartiere INA-Casa di Chiadino (1957), tra via de Marchesetti e via S. Pasquale. |
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Una terza importante possibilità di costruire è data dall’avvento
dell’allora nascente turismo di massa che accresce la domanda di ville e alberghi in località di vacanza. In questo caso, in assenza di un modello precedente di riferimento, linea guida
diventa l’integrazione con l’ambiente naturale mediante l’utilizzo di materiali presenti in loco
(la pietra e il legno assemblati secondo tradizione), senza rinunciare per questo al gioco formale dei volumi.
è lo stesso principio che sta alla base del progetto di ambientazione paesaggistica per la Cartiera del Timavo (1956), o dello studio per il tempio di Monte Grisa (non accettato)
che esprime un senso di fusione con la natura pietrosa del Carso. Nella stessa ottica organica si protende sul
mare la porzione di villa a Duino, in sintonia con la roccia che la ospita e in dialogo
con il castello prospiciente (1961).
I testi sono tratti da: "Ramiro Meng 1895-1966 L'incantesimo della visione"
Libreria Internazionale Italo Svevo Trieste
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